In ricordo di Claudio De Albertis

Ci sono modi diversi di incarnare i principi in cui si crede. L’azione politica e quella normativa che ne discende è uno dei principali e consolidati.

Nel caso della vicenda dei fallimenti immobiliari e delle loro drammatiche conseguenze per gli acquirenti, apparentemente solo un piccolo frame nella complessità dello sviluppo imprenditoriale del settore delle costruzioni, la posizione di Claudio De Albertis fu sempre ispirata dalla necessità di salvaguardare la libertà dell’iniziativa imprenditoriale.

Claudio era attento lettore di Friedrich August von Hayek, filosofo ed economista, premio Nobel per l’economia nel 1974, esponente della scuola austriaca, profondo critico dell’economia socialista pianificata, critico della nozione stessa di “giustizia sociale”, considerata una sorta di compressore delle possibilità di sviluppo dell’agire umano e, nello stesso tempo, inutile incentivo al proliferare dell’illusione sociale secondo la quale siamo interamente padroni del nostro destino in quanto possessori di una razionalità illimitata. Nell’ambito delle scelte economiche non siamo padroni del nostro destino, ci può andare bene, ci può andare male; così come nell’ambito delle nostre scelte sperimentiamo la frammentarietà delle conoscenza e la loro portata limitata.

Claudio non ha mai dimenticato le premesse di questa prospettiva insieme culturale ed economica, vale a dire la  necessaria e ineliminabile distinzione tra i soggetti che operano nel mercato e la loro diversa funzione. La giusta remunerazione dell’imprenditore dipende e ha origine dalla sua capacità di soddisfare un bisogno, di fornire utilità godibili da parte dell’acquirente dei beni che esso fornisce e vende nel mercato. Quando viene meno questa funzione, primaria rispetto al profitto che ne consegue, sempre secondario ancorché indiscutibile e necessario, i conti saltano e l’impresa fallisce. Entra allora in gioco il frame delle regole, dei correttivi, delle riallocazioni delle risorse distrutte dal fallimento, insomma l’insieme delle procedure giuridico-economiche che accompagnano l’intrapresa nella sua crisi.

Nel nostro ordinamento si trattava, prima dell’introduzione delle norme presenti nel D.lgs  122, di una vera e propria rete a strascico che rovinava i fondali stessi dell’iniziativa imprenditoriale. Assieme alle risorse del fallito, infatti, si consumavano anche quelle dell’acquirente che aveva posto la sua fiducia nel costruttore consegnandogli parte del prezzo del bene da godere in futuro. Questa distruzione cancellava non solo il patrimonio dell’acquirente ma la stessa possibilità che esso potesse essere reimpiegato per un nuovo acquisto. Muoia Sansone con tutti i Filistei, con la differenza che, diversamente che nel racconto biblico, nel mercato Sansone non è nemico dei Filistei e i Filistei non sono nemici di Sansone.

Si capiscono allora i motivi profondi e sostanziali che indussero Claudio De Albertis a sostenere lo sforzo legislativo che imponeva all’impresa, attraverso l’istituto della fidejussione, la salvaguardia del patrimonio dell’acquirente. Questa tutela era ed è finalizzata al suo rientro nel mercato, dove un altro imprenditore, più sano, più capace, e quindi in grado di soddisfare il bisogno dell’acquirente, poteva sostituirsi al precedente, fallito. In questo modo è il mercato che si difende salvaguardando l’acquirente che del mercato è elemento più che essenziale.

In questa determinazione, non da tutti compresa anche all’interno della sua stessa Associazione, sta la profonda intelligenza di Claudio De Albertis, la sua serena fiducia nella capacità del mercato di autoregolarsi e di evolversi verso un equilibrio superiore e progressivo, nel quale le sue diverse componenti trovavano piena e armonica soddisfazione dei loro bisogni.

Una fiducia, però, che alla prova dei fatti, è risultata mal riposta nei confronti di coloro che avrebbero dovuto essere i migliori sostenitori, proprio in virtù della loro etica imprenditoriale. Le percentuali di disapplicazione della legge sono risultate, e risultano, inaccettabili, sintomo di una disaffezione profonda dai valori del mercato che pure la libera impresa dice di voler promuovere. I motivi?

Bene ha fatto monsignor De Scalzi nella sua omelia alla Messa di esequie di Claudio a richiamare la denuncia che Claudio stesso faceva delle zone di opacità che oscurano e gravano il settore delle costruzioni.

La morte, che di tutti i fallimenti potrebbe apparire il più definitivo, potrebbe trasformarsi in una rinnovata speranza nella capacità di comprensione e intelligenza di coloro che restano.

Riccardo De Benedetti, vicepresidente di ASSOCOND-CONAFI

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